La tua prima preoccupazione, quando pensi di aprire la partita IVA, sono le spese.
Pesanti, si dice, tanto da essere insostenibili.
Sentendone parlare qua e là, sono grandi le cifre da pagare al Fisco; una percentuale decisamente rilevante dei propri incassi.
In realtà, soprattutto se sei un aspirante piccolo imprenditore o un freelancer all’inizio dell’attività, esistono delle buone soluzioni per aprirla a costi molti bassi, quasi nulli.
Nonché (aspetto essenziale) per gestirla, ovvero mantenerla, con uscite fiscali assolutamente sostenibili.
》Parliamo delle spese iniziali
Per orientarci è importante, prima di tutto, distinguere tra costituire un’impresa in forma societaria e farlo invece in forma individuale (ditta individuale artigianale o commerciale) o, ancora, esercitare una libera professione.
Perché, nel primo caso, le spese sono sicuramente più importanti e richiedono sia un budget di partenza che un seguito finanziariamente più impegnativo.
Nel caso di una piccola impresa artigianale o commerciale individuale sono decisamente inferiori.
Per i liberi professionisti, sono praticamente nulle.
Per avviare un’attività, come libero professionista e mettersi in regola con il Fisco, non serve un Euro.
La procedura si svolge online, attraverso il portale web dell’Agenzia delle Entrate, e non richiede spese iniziali di alcun genere.
Nel caso delle attività che prevedono un inquadramento come ditta individuale, cioè artigiani e commercianti, c’è invece un’altra procedura.
Occorre presentare la cosiddetta “Comunicazione Unica d’Impresa” (sostituita, anch’essa, da una pratica telematica nota come “ComUnica”), che ha la funzione di informare contemporaneamente tutti gli Enti competenti.
Dunque, con un’unica comunicazione ed un unico passaggio è possibile effettuare:
- l’iscrizione al Registro Imprese, nonché al REA della CCIAA o all’Albo degli Artigiani;
- l’apertura della Partita IVA, specificando il Codice Ateco e il regime fiscale;
- l’iscrizione all’INPS, precisamente alla Gestione Artigiani o Commercianti;
- l’apertura della posizione INAIL (dove necessario).
Il costo della pratica si aggira intorno ai 100 Euro, comprensivi delle spese di iscrizione al Registro delle Imprese (diritti camerali, imposte di segreteria e imposte di bollo).
Tuttavia, se ricorri (come ti consiglio) all’assistenza di un commercialista per la ComUnica ed eventualmente per l’invio della SCIA, la spesa cresce, variando tra i 200 e i 400 Euro + IVA.
》Quali sono invece le spese, o meglio, le uscite da sostenere per mantenerla?
Ovviamente, parliamo di imposte e contributi previdenziali.
Mentre, le imposte dipendono dal regime fiscale.
I contributi dalla Gestione o Cassa alla quale dovrai iscriverti.
Ogni Cassa stabilisce le proprie aliquote, nonché le date entro cui effettuare i versamenti e molti altri aspetti.
Dal punto di vista previdenziale, quindi, i costi della partita IVA aumentano o diminuiscono in relazione all’inquadramento applicato.
Vediamo queste spese più nel dettaglio.
A. Le imposte (“tasse” per i più!)
Dipendono dal regime fiscale che scegli all’inizio.
Attualmente ci sono tre regimi:
– l’ordinario (con un aliquota IRPEF minima del 23% e massima del 43% in base al reddito imponibile);
– il semplificato (che rispetto all’ordinario prevede, principalmente, l’abbattimento di una serie di adempimenti formali piuttosto impegnativi);
– il forfettario.
Il regime forfettario, tra tutti, è quello che offre la tassazione più vantaggiosa:
> compensi e ricavi non sono soggetti all’applicazione dell’IVA in fattura;
>> in sostituzione di IRPEF e addizionali, c’è soltanto un’imposta sostitutiva unica applicata sul reddito imponibile, con aliquota al 5% per le start up (per cinque anni e solo in certi casi) o aliquota standard al 15% (dal sesto anno e per tutti gli altri);
>>> il reddito imponibile, a sua volta, si ottiene attraverso un calcolo su base “forfettaria” (che rappresenta, appunto, l’aspetto peculiare di questo regime), e non con il comune metodo analitico (ricavi meno costi deducibili).
Che vuol dire?
Se, nel caso dei contribuenti ordinari e semplificati, il reddito imponibile si calcola sommando le fatture attive e sottraendo, dall’importo lordo, le singole voci dei costi deducibili, per i forfettari è diverso.
Dal fatturato lordo di questi ultimi, infatti, bisogna dedurre una quota forfettaria (la cui percentuale dipende dal Codice Ateco attribuito alla Partita IVA), che ha la funzione di “coprire” le spese sostenute durante l’anno.
L’unica eccezione è data dai contributi previdenziali il cui importo, versato nello stesso periodo, va sempre sottratto dalla base imponibile prima di calcolare l’imposta sostitutiva.
Un esempio di libero professionista in regime forfettario iscritto alla Gestione Separata INPS: Federica, Assistente amministrativa/contabile da remoto
- Fatturato lordo (compensi incassati) |10.000 Euro
- Reddito imponibile | (78% di 10.000) = 7.800 Euro (dove 78% è il coefficiente di redditività associato al Codice Ateco)
- Contributi previdenziali versati in Gestione Separata | 2.000 Euro
- Reddito imponibile per il calcolo dell’imposta sostitutiva | (7.800 – 2.000) = 5.800 Euro
- Imposta sostitutiva start up° | (5% di 5.800) = 290 Euro
- nell’ipotesi di non applicabilità dell’aliquota start up, sarebbe stata maggiore, ovvero | (15% di 5.800) = 870 Euro
Tuttavia, non tutti possono rientrare in questo regime agevolato.
Presupposto essenziale affinché professionisti e piccole imprese possano accedervi, e rimanervi, è che abbiano un totale annuo di compensi o ricavi lordi non superiore a 65.000 Euro (ci sono, anche, altre condizioni da rispettare).
La scelta del regime fiscale, tuttavia, merita un approfondimento a parte perché non necessariamente i regimi più agevolati sono i più validi per tutti. (La contabilità. #3 Ordinaria o semplificata?)
E non mi riferisco ai limiti di legge, ma al fatto che la tassazione più bassa e gli altri benefici non sempre sono convenienti dal punto di vista economico.
I regimi ordinario e semplificato, in sostanza, sono pensati per imprese di medie dimensioni, con un buon fatturato e per professionisti ben avviati.
Invece, per chi è ancora agli inizi della propria attività e, quindi, non può contare su entrate particolarmente consistenti, la scelta del regime forfettario potrebbe essere ottima perché è davvero ben sostenibile.
Spesso, infatti, il pensiero delle “tasse” da pagare è tale da far rinunciare molti a scegliere la libera professione.
B. I contributi
Diversa è la situazione per il calcolo dei contributi previdenziali.
Come accennavo, dipende dalla Cassa a cui ti iscrivi o se ti iscrivi alla Gestione Separata.
E distinguiamo tre casi.
1. Le ditte individuali (artigiani o commercianti).
In questo caso ci sono:
• i contributi minimi e fissi, da corrispondere obbligatoriamente a prescindere dal reddito effettivo, che sono pari a 3.836,16 Euro (per gli artigiani) o a 3.850,52 Euro (per i commercianti);
• i contributi variabili, dovuti in caso di superamento della soglia di reddito minimale (ossia 15.953 Euro), che si calcolano sulla sola parte eccedente, con un’aliquota del 24% (per gli artigiani) o del 24,09% (per i commercianti).
2. Poi ci sono i professionisti “senza Cassa”.
Definire la categoria dei professionisti “senza Cassa” non è facile.
Al suo interno troviamo figure professionali molto diverse.
Quelle più innovative (come per esempio, le professioni digitali nate e cresciute molto nell’ultimo decennio: social media manager, web designer, assistenti virtuali, ecc.), ma non solo.
Ci sono, infatti, life e business coach, consulenti marketing, organizzatori di eventi e tanti altri.
Comunque, queste figure sono accomunate dall’assenza di un’apposita Cassa Previdenziale, motivo per cui vanno a confluire in Gestione Separata e versano solo contributi proporzionali al reddito.
L’aliquota per il 2021 è ancora al 25,72%, ma è destinata ad aumentare nei prossimi due anni.
3. Infine, ci sono i professionisti “con Cassa”.
Sono tutti quelli che, per esercitare da freelancer, sono tenuti ad iscriversi prima di tutto all’Albo/Ordine e poi all’Ente previdenziale (come, per esempio, la Cassa Forense per gli avvocati o l’ENPAM per medici) riservato alla categoria.
Ciascuna Cassa adotta un regolamento specifico, che prevede sia le aliquote per il calcolo dei contributi che le scadenze dei versamenti.
C. A queste spese inevitabili bisogna aggiungere, poi, l’onorario di un consulente fiscale.
Pensare di fare tutto da soli, infatti, non è una scelta che consiglio.
Relativamente a questa ultima spesa rinvio all’articolo dedicato al cambio/scelta del commercialista (Un commercialista non è per sempre.).
Al punto in cui parlo di come fare una valutazione circa le tariffe che possiamo aspettarci e mettere a budget.
Fare delle comparazioni tra commercialisti tradizionali ed online e scegliere un consulente valido e competente ma non necessariamente oneroso.
Il mio suggerimento
Per non trovarti impreparato/a e spiazzato/a, ovvero in difficoltà dal punto di vista della liquidità (dei soldi, per capirci!) nel momento in cui il commercialista ti presenterà gli F24 da pagare, ti suggerisco di “risparmiare” l’importo di imposte e contributi durante l’anno.
Accantonare ogni mese la quota degli incassi che corrisponde alla percentuale di imposte e contributi che sarai obbligato a pagare l’anno successivo.
Nel regime forfettario questo calcolo è piuttosto semplice.
Negli altri regimi è certamente più complesso calcolare in anticipo le uscite fiscali per tasse e contributi perché, nella determinazione del reddito imponibile e delle tasse da versare, intervengono altri fattori; come per esempio, le spese deducibili e quelle detraibili in sede di dichiarazione dei redditi.
Tuttavia, il tuo commercialista può supportarti anche su questo aspetto in modo che tu possa avere almeno un’idea di massima della spesa da sostenere alle scadenze fiscali e metterla a budget.

